Massimo Cavallari Dottore Commercialista Tributarista e Revisore Contabile, Fulvio Cavallari Avvocato e Revisore Contabile, Roberto Cavallari Ragioniere
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Pensioni: la riforma

La riforma delle pensioni è diventata legge.

Dal 2008, data in cui la riforma diventerà operativa, per andare in pensione saranno necessari 60 anni di età (oggi e fino al 2007 il limite è fissato a 57 anni di età) e 35 anni di contributi.

Entro sei mesi dall’approvazione dei decreti di attuazione, i lavoratori saranno tenuti ad indicare la destinazione della propria liquidazione. Nel caso di silenzio la liquidazione sarà dirottata nella previdenza integrativa. 60 anni di età e 35 di contributi:

La riforma colpisce soprattutto la pensione di anzianità che è quella che maturava al verificarsi di due condizioni: 57 anni di età e 35 anni di contributi. Dal 2008 si potrà accedere alla pensione di anzianità a 60 anni e con 35 anni di contributi oppure, in alternativa, con 40 anni di contributi indipendentemente dall’età. Successivamente al 2008 sono previsti progressivi “scatti” in avanti dell’età per andare in pensione: nel 2010, 61 anni e nel 2014, 62. Rimangono invariati i 35 anni di contributi.

La liquidazione nella pensione integrativa:

Oltre alla stretta sulle pensioni di anzianità, la riforma introduce il meccanismo del silenzio assenso sulla liquidazione. Entro 6 mesi dall’entrata in vigore dei decreti attuativi (o entro 6 mesi dall’assunzione per i neo lavoratori) ciascun lavoratore sarà tenuto a dire se vuole dirottare la liquidazione nei fondi pensione, oppure se preferisce tenersela. Nel caso di silenzio per legge la liquidazione verrà accantonata nelle previdenza integrativa. Il motivo che ha spinto il legislatore a scegliere questa strada è il passaggio al metodo contributivo per il calcolo delle pensioni. Metodo che garantirà, ai futuri pensionati, trattamenti pensionistici sensibilmente inferiori rispetto a quelli attuali.

Per molti lavoratori la scelta di sacrificare la liquidazione sarà la scelta obbligata per mantenere un adeguato tenore di vita anche durante la vecchiaia. Infatti per i lavoratori assunti dopo il 1995, la pensione è calcolata in proporzione ai contributi versati, mentre per i lavatori assunti prima del ’95, la pensione è la media delle retribuzioni percepite negli ultimi anni (5 o 10 a seconda dei casi specifici). La conseguenza è che i pensionati “post 1995” dovranno accontentarsi di una pensione pari a circa il 50% dell’ultima retribuzione contro il l’80/70% dei loro padri; senza contare l’esercito di precari, collaboratori, lavoratori a progetto, stagisti e apprendisti, per i quali il trattamento sarà ancora più basso. Dunque il sacrificio della liquidazione e il ricorso alla previdenza integrativa, diventa quasi una scelta obbligata.

Un bonus per chi rinvia la pensione:

La riforma ha introdotto anche uno sconto fiscale per chi, pur avendo raggiunto i requisiti, rinuncia, nel periodo 2004 – 2007, alla pensione. L’incentivo previsto è pari all’esenzione dalle imposte per il 32,7% delle retribuzione annua lorda. L’investimento della liquidazione nella pensione integrativa sarà, purtroppo, la strada obbligata. Tanto che la riforma Tremonti vuole introdurre il meccanismo del silenzio – assenso: per chi entro sei mesi non avrà dichiarato di volersi tenere la liquidazione, questa sarà accantonata, a scelta, nei fondi chiusi di categoria, nei fondi aperti (quelli delle banche e delle assicurazioni) oppure nelle polizze vita. I fondi pensione rappresentano il secondo pilastro della pensione.

Nell'ambito previdenziale sono considerati, solitamente tre pilastri pensionistici:
- il primo pilastro, rappresentato dalla pensione pubblica, (Inps ecc.);
- il secondo pilastro: i fondi pensione di categoria, detti anche chiusi, a cui si aggiungono i fondi pensioni aperti gestiti da banche e assicurazioni.
- infine il terzo pilastro che è rappresentato dalle polizze assicurative.

Come funzionano i fondi pensione chiusi:

I fondi pensione, come detto, danno vita al così detto secondo pilastro della previdenza. I fondi pensione sono organismi istituti per garantire ai lavoratori, sia dipendenti sia autonomi, un trattamento previdenziale complementare a quello erogato dalla pensione pubblica (Inps).

Possono aderire al fondo pensione chiuso tutti i lavoratori. Il fondo pensione si alimenta con:

  1. contributo a carico del lavoratore (per esempio, nel fondo pensione dei dipendenti del commercio, è pari allo 0,55% della retribuzione utile per il calcolo del Tfr) ;

  2. contributo a carico dell’azienda (nel fondo pensione commercio: 0,55% della retribuzione utile per il calcolo del Tfr);

  3. liquidazione (per chi ha iniziato a lavorare prima del 28 aprile 1993 solo una parte del Tfr, per chi ha iniziato a lavorare dopo tale data è prevista l’integrale destinazione del Tfr). Dunque l’elemento su cui si regge il fondo pensione è la destinazione della liquidazione per potere beneficiare di un trattamento pensionistico integrativo.



L’apertura di un fondo pensione, con i relativi oneri contributivi, è incentivato anche con delle agevolazioni fiscali sia a favore del lavoratore sia dell’azienda.

Esempio di calcolo di pensioni con il nuovo metodo contributivo, per cui la pensione è calcolata sulla base dei contributi versati durante la vita lavorativa.

Alla fine della vita lavorativa i contributi versati sono sommati per dare origine alla base contributiva (chiamata tecnicamente “montante individuale”) sulla quale calcolare la pensione:

  1. individuando la retribuzione annua (o il reddito dei lavoratori autonomi)

  2. calcolando l’ammontare dei contributi di ogni anno, moltiplicando l’aliquota contributiva che è del 33% (lavoratori dipendenti) o del 20% se si tratta di lavoratori autonomi;

  3. determinando la pensione, moltiplicando la somma dei contributi per il coefficiente di trasformazione.

Un esempio numerico per fare maggiore chiarezza:
1) Prima di tutto vanno considerati i coefficienti di trasformazione, una variabile stabilita dalla legge che varia in funzione dell’età. Coefficienti di trasformazione per età: 57 - 4,720%; 58 - 4,860%; 59 - 5,006%; 60 - 5,163%; 61 - 5,334%; 62 - 5,514%; 63 - 5,706%; 64 - 5,911%; 65 - 6,136%;.
2) Passo secondo. Per ipotesi teorica consideriamo uno stipendio annuo di 18.000 euro uguale per 37 anni: - contributi versati all’anno € 18.000*33% = € 5.940; - contributi versati per 37 anni di contributi = € 219.780;
3) La somma 219.780 euro è quella su cui si calcola la pensione, in particolare bisogna fare il seguente calcolo: € 219.780 * 5,514% (il coefficiente fissato per chi va in pensione a 62 anni) = € 12.118,6692.
4) La somma € 12.118,6692 è la pensione annua che diviso 13 è pari a circa 930 euro. Se si pensa che l’ultimo stipendio era pari a circa 1400 euro (€ 18.000/13) c’è poco da aggiungere per comprendere quanto di meno prendono i più giovani pensionati, rispetto ai padri.